
In questa seconda metà del secolo, lo stile italiano ha certamente detto cose importanti a livello internazionale, sia nel fashion design che nell’industrial design, nell’architettura, nell’arte e in altre sfere di attività in cui è forte la componente estetica e culturale.
Sahariane verde marcio, pantaloni di velluto a coste, camicie a quadri
il tutto non disgiunto da Range Rover d’ordinanza.
La cravatta, in Italia quasi solo bianca, era inoltre fissata da uno o due spilloni dalla capocchia preziosa.
E importante, poi, che l’uomo sappia abbinare tra loro i colori giusti.
Con la progressiva scomparsa dello jabot, le camicie erano chiuse dalla cravatta, ed i polsini dovevano sporgere dalla giacca, in modo da rendere visibili i preziosi bottoni, di solito cinque tutti di pietre preziose diverse.
La moda non vive in un mondo a sé, ma riflette l'evolversi della società, le leggi dell'economia e gli eventi politici.
In questa seconda metà del secolo, lo stile italiano ha certamente detto cose importanti a livello internazionale, sia nel fashion design che nell’industrial design, nell’architettura, nell’arte e in altre sfere di attività in cui è forte la componente estetica e culturale.
Sono maturi i tempi perché si passi a tradurre l’ormai radicata leadership del Made in Italy dal piano della cultura artigianal-industriale dell’abbigliamento maschile di qualità a quello della cultura dell’eleganza maschile tout court, e perché si legittimi, nell’immaginario collettivo mondiale, un livello di riconoscimento più profondo di quello raggiunto grazie al merito grandissimo ma individuale di alcuni suoi straordinari stilisti.
In questo periodo l’influsso dell’attività sportiva era molto forte; per andare in barca, ad esempio, gli uomini indossavano giubbotti alla marinara a doppio petto, mentre le donne inglesi per andare in bicicletta indossavano ampie culottes, una specie di gonna pantalone.
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